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La disonestà è un profumo nuovo appena acquistato. Le prime volte che lo applichi avverti per intero l’intensità della sua essenza. Man mano che passano i mesi lo percepisci sempre meno e per sentirlo sei costretto ad aumentare la dose che vaporizzi ogni giorno, con il rischio di eccedere in modo sproporzionato.

Con la disonestà avviene lo stesso, avvertono le Neuroscienze.

In un esperimento condotto da Dan Ariely, a 80 persone è stata data l’opportunità di mentire ancora e ancora su un compito finanziario[1] al fine di guadagnare denaro a spese di un’altra persona[2]. Si è così scoperto che gli individui iniziavano con piccole bugie, ma lentamente, nel corso dell’esperimento, mentivano sempre di più.

Al di fuori del laboratorio, ci sono molte ragioni per cui la disonestà può intensificarsi – gli incentivi potrebbero aumentare o potrebbe essere necessario nascondere bugie pregresse. Esaminare l’attività cerebrale delle persone mentre commettono atti disonesti ha rivelato un processo biologico chiamato adattamento emotivo.

Che cosa hanno a che fare le emozioni con la disonestà?

La brutta sensazione che proviamo quando pensiamo di barare, spesso ci impedisce di mettere in atto l’intenzione. In sua assenza, si hanno maggiori probabilità di mentire. Durante uno studio, i ricercatori hanno somministrato a un gruppo di studenti sostanze beta-bloccanti in pillole che hanno ridotto l’eccitazione emotiva poco prima di sostenere un esame. Questi studenti avevano il doppio delle probabilità di copiare all’esame rispetto a coloro i quali avevano ricevuto un placebo.

L’esperimento ha mostrato che la rete emotiva[3] del cervello risponde sempre meno a ogni ulteriore menzogna. Maggiore è il calo della sensibilità del cervello alla disonestà, più persone mentiranno la prossima volta che ne avranno la possibilità. In altre parole, gli individui che si sono adattati alla propria disonestà si tratterranno meno dal dire bugie più grandi appena ce ne sarà l’occasione.

L’attività cerebrale non è semplicemente diminuita nel tempo. La riduzione della sensibilità era proporzionale alla menzogna.

Un modo semplice di pensare a questo processo è di confrontarlo con un profumo. Immaginate di aver acquistato un nuovo profumo. Appena lo indossate, potete rilevarne l’essenza, l’intensità, ma passati alcuni mesi difficilmente riuscirete a percepirlo come invece avveniva i primi tempi. Quindi inizierete ad applicarlo in modo più disinvolto, sconcertati dal fatto che nessuno siederà accanto a voi sul treno o in metro… Questo accade perché i neuroni nel bulbo olfattivo si desensibilizzano progressivamente al profumo.

La disonestà ripetuta è un po’ come un profumo che si applica ripetutamente. Inizialmente la risposta agli atti di disonestà è forte, ma con il tempo diminuisce. Come gli studenti che assumono i beta-bloccanti, la nostra capacità di essere disonesti aumenta.

La disonestà è un profumo nuovo appena acquistato. Le prime volte che lo applichi avverti per intero l’intensità della sua essenza.

Questo può sembrare desolante. Tuttavia, i dati hanno anche rivelato un lato positivo della natura umana. I partecipanti avrebbero potuto imbrogliare molto di più, ma non lo hanno fatto, anche quando imbrogliando avrebbero avvantaggiato loro stessi.

La disonestà e il comportamento non etico sono molto diffusi, lo sappiamo bene. La stima della disonestà solo negli Usa vale 1000 miliardi di dollari in tangenti, 270 miliardi persi a causa di entrate non dichiarate e $ 42 miliardi in taccheggio e furti da parte di dipendenti.

Un bel po’ di soldi se pensiamo che invece uno dei desideri che più esplicitano gli esseri umani è farsi percepire morali dagli altri.

In un sondaggio sul World News and World Report, di qualche anno fa, è stata posta la seguente domanda: “Chi pensi sia più probabile che arrivi in Paradiso?”. Secondo gli intervistati, l’allora presidente Bill Clinton aveva una probabilità del 52%; la star del basket Michael Jordan il 65%; e Madre Teresa il 79%[4].

Chi ha ottenuto il punteggio più alto? Chi ha votato se stesso: la maggior parte degli intervistati infatti pensava di essere migliore di Madre Teresa per quanto riguarda la probabilità di salire in Paradiso.

La ricerca sulla moralità mostra che abbiamo una visione eccessivamente ottimistica della nostra capacità di aderire agli standard etici. Crediamo di essere intrinsecamente più morali degli altri; che in futuro ci comporteremo in modo più etico degli altri e che le trasgressioni commesse da altri sono moralmente peggiori delle nostre[5].

Perché ci comportiamo in modo disonesto?

Un risultato della ricerca evidenzia che le persone si impegnano in comportamenti non etici ripetutamente nel corso del tempo, perché la memoria delle loro azioni disoneste viene offuscata negli anni. Le persone hanno maggiori probabilità di dimenticare i dettagli dei propri atti non etici rispetto ad altri incidenti, inclusi eventi neutri, negativi o positivi, nonché le azioni non etiche degli altri[6].

Chiamiamo questa tendenza amnesia non etica: una menomazione che si verifica progressivamente nella nostra memoria per i dettagli del nostro comportamento non etico passato. Impegnarsi, cioè, in comportamenti non etici produce, nel tempo, veri e propri cambiamenti nel ricordo di un’esperienza.

Il nostro desiderio di comportarci eticamente e di considerarci morali ci dà una forte motivazione a dimenticare i nostri misfatti. Sperimentando un’amnesia non etica, possiamo far fronte al disagio psicologico e al disagio che proviamo dopo esserci comportati in modo non etico.

Un’amnesia da non dimenticare

Quando sperimentiamo un’amnesia non etica, le ricerche dimostrano che diventiamo più propensi a imbrogliare di nuovo.

In ulteriori studi è stato offerto a 600 partecipanti l’opportunità di imbrogliare e dichiarare erroneamente le proprie prestazioni per denaro extra. Pochi giorni dopo, è stata dato loro un’altra possibilità per farlo. Il tradimento iniziale ha provocato un’amnesia non etica, che ha guidato un comportamento disonesto aggiuntivo sul compito che i partecipanti hanno completato pochi giorni dopo.

Poiché spesso ci sentiamo in colpa e pieni di rimorso per il nostro comportamento non etico, potremmo aspettarci che queste emozioni negative ci impediscano di continuare ad agire in modo non etico. Non è così. La disonestà è un fenomeno diffuso e comune[7].

Siamo disonesti più di quanto ricordiamo e se non mettiamo consapevolezza e una giusta dose di autocritica nelle nostre azioni l’unico risultato che otterremo è diventare via via più disonesti, dimenticandocene. Proprio come avviene con il nostro profumo preferito.

Laura Mondino


[1] https://www.youtube.com/watch?v=RqEcI3wW1_4

[2] Garrett N., Lazzaro S.C., Ariely D., Sharot T., The brain adapts to dishonesty, Nature Neuroscience, Vol 19, pp. 1727-1732 (2016)

[3] http://affectivebrain.com/?page_id=2894

[4] Leary M.R., The Curse of the Self: Self-Awareness, Egotism, and the Quality of Human Life, Oxford University, 2004

[5] https://www.hbs.edu/ris/Publication%20Files/08-012.pdf

[6] Kouchaki M., Gino F., Memories of unethical actions become obfuscated over time, PNAS, May 31, 2016, 113(22) pp. 6166-6171

[7] http://static1.squarespace.com/static/55dcde36e4b0df55a96ab220/t/55eef24de4b067774289457d/1441722957978/REVISE+-+R2.pdf