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Ogni volta che si discute e si comunica con un’altra persona, si tende a pensare che l’interlocutore condivida i nostri stessi pensieri, considerazioni, credenze sul mondo e tutto ciò che lo caratterizza. Quando però emerge una divergenza riguardo un determinato argomento, si ritiene che l’altro sia arrivato a quella conclusione, perché influenzato da una percezione distorta, soggettiva, mentre la propria visione è considerata “la realtà”, quella pura e oggettiva.

Si crede quindi che gli altri siano molto più influenzati da bias ed euristiche più di noi stessi, quando in realtà siamo condizionati allo stesso modo. Questo avviene anche quando ci viene spiegato un determinato bias e come questo influenzi le nostre decisioni. Questo fenomeno è chiamato bias del punto cieco (blind spot bias), uno dei tanti errori cognitivi che fanno parte di quel gruppo di bias chiamati “al servizio di sé” (o self-serving).

L’americano medio

Un team di ricercatori della Stanford University ha condotto una serie di sondaggi con l’obiettivo di analizzare l’entità di questo effetto nelle persone. In un primo studio, 24 studenti hanno completato un questionario come compito all’interno di una classe di psicologia.

All’interno del questionario, vi era la descrizione di otto differenti bias, chiamati con un termine neutrale come “effetto” o “tendenza”, per evitare che attribuissero al fenomeno caratteristiche negative. È poi stato chiesto loro di valutare, su una scala da 1 a 9, quanto fossero condizionati da questo bias l’americano medio e loro stessi.

La media dei punti per l’influenza su loro stessi era pari a 5.31, mentre l’americano medio era valutato con un punteggio di 6.75, considerato quindi significativamente più soggetto ai vari bias proposti. Nel questionario vi era anche una domanda che chiedeva di confrontare uno dei propri genitori con l’americano medio. Curiosamente (o forse no), anche il genitore è stato considerato come meno soggetto a questi errori cognitivi rispetto all’americano medio.

Successivi studi hanno confermato questo effetto riferito anche ad altre classi sociali, come per esempio i propri compagni di corso. Anche in questo caso, gli altri erano considerati più influenzabili rispetto a sé, seppur in modo minore (5.85 contro 5.05).

“Io sono meglio degli altri”

Nel seguente studio, i ricercatori hanno voluto indagare se il bias del punto cieco fosse mitigato dalla conoscenza di un altro importante self-serving bias: l’effetto “meglio della media”, ovvero la tendenza a considerarsi meglio degli altri.

In questo esperimento, 91 studenti dovevano auto-valutarsi su sei caratteristiche, tre positive (affidabilità, oggettività, attenzione per gli altri) e tre negative (snobismo, falsità, egoismo). Dopo essersi valutati, i partecipanti avrebbero trovato la descrizione dell’effetto “meglio della media”:

«Studi hanno dimostrato che, generalmente, le persone mostrano un effetto “meglio della media” quando valutano loro stesse relativamente ad altre persone nel loro gruppo. Il 70-80% delle persone si valutano consistentemente “meglio della media” per qualità che percepiscono come positive. Al contrario, valutano di avere “meno della media” caratteristiche negative».

Ogni volta che si discute e si comunica con un’altra persona si tende a pensare che l’interlocutore condivida gli stessi pensieri e credenze.

Dopo questa descrizione, è stato chiesto quindi ai partecipanti se la loro prima valutazione fosse oggettiva o meno, con una domanda a opzione. Le tre risposte possibili erano:

  1. Una misura oggettiva mi valuterebbe con un punteggio più basso per caratteristiche positive e più alto per caratteristiche negative rispetto alla mia valutazione.
  2. Una misura oggettiva mi valuterebbe con un punteggio né più alto né più basso rispetto alla mia valutazione.
  3. Una misura oggettiva mi valuterebbe con un punteggio più alto per caratteristiche positive e più basso per caratteristiche negative.

La prima risposta corrispondeva al riconoscimento del bias, mentre la seconda affermava oggettività anche nella propria valutazione. Infine, con la terza si dichiarava di essere stati modesti nell’auto-valutarsi.

In media, i partecipanti hanno dichiarato di possedere più caratteristiche positive (6.44) e meno caratteristiche negative (3.64), rispetto allo studente medio, che aveva un punteggio di 5. Inoltre, l’87% mostrava un punteggio per tutte e sei le caratteristiche corrispondente all’effetto “meglio della media”.

Dopo la presentazione di questo fenomeno, solo il 24% ha dichiarato di essere stato influenzato da questo bias. Infatti, il 63% considerava le proprie valutazioni oggettive. Il 13% pensava addirittura di essere stato troppo modesto!

Questi risultati suggeriscono che, anche dopo aver presentato questo bias nelle loro decisioni, avere appreso la sua esistenza era insufficiente a scatenare la consapevolezza di essere influenzati tanto quanto gli altri.

Secondo precedenti studi, la nostra convinzione di percepire la realtà senza distorsioni origina dal fatto che non abbiamo accesso ai processi cognitivi e motivazionali che influenzano le nostre percezioni. I ricercatori suggeriscono che, poiché non possiamo accedere a questi processi, non possiamo avere esperienza diretta e cosciente degli effetti dei bias che ci affliggono.

In un mondo perfetto, aggiungono i ricercatori, le persone raggiungerebbero una maggior consapevolezza dei propri bias, riconoscendo di essere influenzati allo stesso modo degli altri. Ma, vivendo in un mondo imperfetto, si dovrebbero almeno impegnare nel pensare che la controparte sia sincera e onesta in egual misura nell’esprimere le proprie posizioni e i propri sentimenti, seppur possano essere influenzati dalle loro esperienze e da ciò che li circonda.

In ambito lavorativo, qualora ci fosse un conflitto, è consigliabile richiedere l’opinione di una terza parte, ma non per offrire una prospettiva unicamente oggettiva, che verrebbe rifiutata da ambo i lati.  Deve infatti aiutare nella ricerca di una base comune su cui co-progettare una soluzione che benefici entrambe le parti.

Carlo Sordini

Fonti:

  1. Personality and Social Psychology Bulletin, 28(3), 369–381. https://doi.org/10.1177/0146167202286008
  2. Psychological Review, 84(3), 231–259. https://doi.org/10.1037/0033-295X.84.3.231