Il self-licensing, ovvero fare i “cattivi” dopo essere stati “buoni”

Tempo di lettura: 6 minuti

Quando si è di fronte a una scelta da fare, il cervello umano cerca di trovare il percorso più facile e meno faticoso per giungere a una decisione, così da sprecare meno energia possibile. Le scorciatoie che trova sono chiamate euristiche, le cui conseguenze dirette sono dette bias. Confrontandosi con una decisione morale, il cervello può risparmiare energie sfruttando l’euristica del self-licensing, ovvero una licenza morale auto-attribuita.

Prendere una decisione eticamente corretta, che può essere altruistica o che beneficia il bene comune, impiega molte più energie, sia fisiche sia mentali, rispetto a una meno corretta, più egoistica o che danneggia il prossimo. Il self-licensing consiste nel sentirsi più liberi di compiere un’azione “cattiva”, “negativa”, incentrata sull’Io, quando nel passato si è compiuta un’azione “buona”, “positiva”. Questo permette alle persone di agire in modo più egoistico, senza che ci si senta immorali o insensibili.

Dove si presenta

Questo fenomeno è stato studiato a fondo e tre ricercatori della Stanford University, Merritt, Effron e Monin, presentano in una loro pubblicazione tre ambiti in cui questo effetto è stato analizzato da precedenti ricerche.

Il primo campo è definito il politically incorrect: i ricercatori presentano alcuni esempi in cui il self-licensing ha permesso di compiere azioni razziste o sessiste facendo leva su comportamenti passati che invece erano più corretti e inclusivi. Ad esempio, in uno studio di Monin e Miller, i partecipanti dovevano descrivere chi sarebbe stata la persona adatta per un lavoro che, da stereotipo, era considerato “per uomini”. Chi aveva avuto la possibilità di esprimere il proprio disaccordo su frasi sessiste o aveva assunto una donna per una consulenza – fatto che costituiva così la licenza morale – tendeva a preferire un uomo, rispetto a una donna, per il lavoro, sentendosi liberi di seguire lo stereotipo in virtù delle precedenti “buone” azioni.

Ricerche successive hanno anche dimostrato che le persone cercano attivamente un’opportunità per agire moralmente, se sanno di aver bisogno di una licenza morale per compiere una successiva dubbia azione.

Il secondo campo è quello dell’egoismo: in un esperimento condotto da Sachdeva, Iliev e Medin, i partecipanti potevano decidere di donare in beneficenza parte della loro retribuzione per aver preso parte allo studio, dopo essersi descritti con nove parole positive (buono, generoso, ecc.) o nove parole negative (egoista, scortese, ecc.). Chi si descriveva con termini positivi presentava self-licensing, quindi donava in media di meno rispetto a chi si descriveva negativamente, che mostrava invece l’effetto opposto: la pulizia morale. Essi infatti pensavano che, donando più soldi in beneficenza, avrebbero compensato le loro azioni o pensieri negativi precedenti con un comportamento positivo, altruistico.

L’ultimo ambito è costituito da scelte consumistiche discutibili. È stato dimostrato che comprare articoli di lusso o fare acquisti per soddisfare una propria voglia sia associato a un senso di colpa. I ricercatori Khan e Dhar hanno quindi chiesto ai partecipanti del loro studio di immaginare un’azione, positiva o negativa, per poi scegliere se comprare un articolo di lusso (in quel caso un paio di jeans firmati e on vogue) o un articolo di necessità (un nuovo aspirapolvere). Chi aveva pensato a un’azione altruistica, come fare volontariato, sceglieva l’articolo di lusso più frequentemente rispetto a chi aveva pensato un’azione negativa. In studi successivi, i ricercatori hanno confermato quest’effetto anche nel mondo dell’alimentazione: i partecipanti tendevano a scegliere, tra due opzioni, uno snack meno salutare, quando veniva comunicato loro che avrebbero ripetuto la stessa scelta tra una settimana. Anche l’aspettativa della licenza morale della scelta più salutare, da fare una settimana più tardi, portava a ridurre i sensi di colpa dell’aver scelto uno snack più ghiotto nell’immediato.

Quando si è di fronte a una scelta, il cervello umano cerca di trovare il percorso più facile e meno faticoso per giungere a una decisione.

I meccanismi del self-licensing

La ricerca propone due diversi meccanismi di funzionamento del self-licensing. Il primo viene chiamato versione dei crediti morali: ogni azione è valutata in crediti, positivi o negativi, verso una banca morale. Quindi, se viene compiuta un’azione positiva, si alzerà il proprio credito morale e, finché non vi è un’azione negativa che sorpassi i crediti positivi accumulati, non ci si sentirà in colpa. Si avranno sensazioni negative solo quando il netto delle azioni “cattive” supereranno il netto di quelle “buone”.

Il secondo meccanismo è simile, ma vi è una sottile differenza che lo identifica in modo chiaro. È chiamato versione delle credenziali morali: in questo caso, compiere una buona azione cambia il significato dei successivi comportamenti. Quindi, mentre il primo meccanismo alleviava il senso di colpa, il secondo fa sì che non vi siano affatto, perché le azioni successive non vengono considerate negative. In questo modello, infatti, il comportamento viene visto in positivo, spogliato di qualsiasi risvolto indesiderato o che possa far sentire in colpa l’individuo.

Questi due meccanismi, suggerisce la ricerca, non sono esclusivi l’un l’altro: rappresentano infatti due pathway indipendenti per la licenza morale che operano in contesti differenti, ma possono anche avvenire simultaneamente.

Come sfruttare il self-licensing

Nonostante si sia presentato questo effetto come qualcosa che permette di compiere azioni negative, non è detto che queste siano necessariamente dannose per sé e per la propria comunità. La licenza morale può infatti alleviare l’ansia di dire qualcosa di offensivo, il che può essere una strategia valida per facilitare la conversazione su argomenti sensibili, come razzismo, sessismo, o lo stigma che ancora oggi affligge alcune patologie. Inoltre, ci sono casi in cui è necessario fare un sacrificio, pur di salvare qualcos’altro. Il self-licensing può aiutare un’equipe di medici con risorse limitate nello scegliere quale tra due pazienti egualmente malati salvare e quale invece devono lasciare andare.

La maggior dei comportamenti morali implica un gran dispendio di tempo, energia e denaro, e contrasta con i propri desideri, anche quelli necessari per la propria salute mentale e fisica o che comunque porterebbero un beneficio alla società. I grandi artisti hanno spesso compiuto azioni egoistiche, “negative”, eppure lo hanno fatto affinché tutti gli altri potessero godere delle loro opere. La licenza morale permette alle persone di raggiungere i propri obiettivi sociali e culturali, come anche superare alcuni presupposti limitanti della propria educazione, o sarebbero sopraffatte dall’angoscia di non aver fatto abbastanza per “salvare il mondo”.

Carlo Sordini

Fonti:

  1. Merritt, A. C., Effron, D. A., & Monin, B. (2010). Moral self-licensing: When being good frees us to be bad. Social and Personality Psychology Compass, 4(5), 344–357.
  2. Monin, B., & Miller, D. T. (2001). Moral credentials and the expression of prejudice. Journal of Personality and Social Psychology, 81, 33–43.
  3. Sachdeva, S., Iliev, R., & Medin, D. L. (2009). Sinning saints and saintly sinners: The paradox of moral self-regulation. Psychological Science, 20(4), 523–528.
  4. Khan, U., & Dhar, R. (2006). Licensing effect in consumer choice. Journal of Marketing Research, 43(2), 259–266.
  5. Khan, U., & Dhar, R. (2007). Where there is a way, is there a will? The effect of future choices on self-control. Journal of Experimental Psychology: General, 136(2), 277–288.

This post is also available in: Inglese Italiano

Bias collegato: