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Un tempo non troppo lontano, disporre di una memoria prodigiosa poteva fare la differenza. Oggi, intelligente è “colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve”, per parafrasare Umberto Eco.

Che cosa meglio della tecnologia è in grado darci (quasi) all’istante ciò che cerchiamo?

Se da un lato però i dispositivi digitali ci sollevano dalla fatica di ricordare a memoria numeri di telefono, indirizzi, riunioni e perfino compleanni, dall’altro potrebbero renderci sempre più smemorati se non addirittura più stupidi. In un bias: effetto Google.

Effetto Google

L’effetto Google descrive la tendenza a dimenticare ciò che si può facilmente trovare utilizzando i motori di ricerca online.

Se vi chiedessi quali sono i colori della bandiera del Burkina Faso e non lo sapeste, lo chiedereste a Google. Il motore di ricerca vi risponderebbe con esattezza, in pochi millisecondi. Come sempre.

Ci siamo abituati a ottenere le risposte di cui abbiamo bisogno con un click. Senza sforzo e velocemente.

La domanda è, a questo punto, spontanea: avendo costante accesso a una memoria esterna illimitata che ci libera dalla necessità di ricordare informazioni che possiamo invece trovare in rete, perché dovremmo fare la fatica di ricordare?

A interrogarsi sull’effetto Google e sulla tecnologia che rende stupidi è una ricerca del Kaspersky Lab, che ha consultato 6mila adulti nei paesi dell’Europa occidentale e mille negli Stati Uniti, chiedendo ad ognuno informazioni e dati che un tempo sarebbero stati immagazzinati nella memoria[1].

Ecco cosa è emerso:

Insomma, solo chi è cresciuto nell’era del telefono a cornetta ricorda ancora i numeri di casa degli amici dell’epoca: secondo i ricercatori, ormai siamo certi che le risposte che ci servono arriveranno in un click, e ci piace trattare il web come una sorta di memoria esterna.

Non tutto il male viene per nuocere

Potrebbe sembrare controintuitivo, ma la memoria non è – e non è mai stata – un’impresa affidata unicamente al cervello. Molti studi indicano che abbiamo sempre fatto molto affidamento su altre persone, così come su diari e post-it, per ricordare. Si chiama memoria transattiva e significa che immagazziniamo informazioni non solo nei nostri cervelli, ma negli oggetti e nelle persone che abbiamo intorno.

Ricordare non è quindi di per sé una cosa buona, così come non lo è dimenticare. Anche se non è facile essere d’accordo quando siamo costretti a ripetere più volte il PIN sbagliato al bancomat: in generale il cervello ha solo un certo spazio per immagazzinare le informazioni, un po’ come lo smartphone. A un certo punto, è necessario cancellare tutte le vecchie foto e le applicazioni per inserirne di nuove. E questo ci riporta all’amnesia digitale[2]: l’idea che i nostri computer in qualche modo possano danneggiare la memoria.

Il fatto di avere sempre immagazzinato dei ricordi esternamente in altre persone e cose, unito al fatto di non avere la capacità di ricordare tutto, dimostrano come questa “amnesia” sia semplicemente una saggia pratica di delocalizzazione.

Nel mondo di oggi, è intelligente “colui che sa dove andare a cercare l'informazione nell'unico momento della sua vita in cui gli serve”.

L’amnesia digitale si differenzia dall’effetto Google, perché la prima si riferisce alla tendenza a dimenticare le informazioni che sono memorizzate su un dispositivo digitale, mentre il secondo alla tendenza a dimenticare ciò che si può trovare facilmente utilizzando i motori di ricerca online. Anche se si tratta di due tendenze simili, ovvero dimenticare, sia intenzionalmente sia involontariamente, i due fenomeni non vanno però confusi.

Il docente di legge della Columbia University Tim Wu ha scritto quella che è fra le più chiare difese di questa nuova condizione di scarsa memoria: che cosa penserebbe una persona dei primi del Novecento se potesse viaggiare nel tempo e parlare con qualcuno dei giorni nostri, nascosto dietro una tenda con uno smartphone? La persona dal passato sarebbe affascinata dalla capacità del suo interlocutore di risolvere equazioni complesse, rispondere a domande intricate e fare citazioni in altre lingue. Penserebbe di avere a che fare con un genio (a noi sembrerebbe semplicemente un tipo con un telefono). Wu dice che “con le nostre macchine, siamo esseri umani potenziati, degli dei con una protesi, anche se siamo notevolmente assuefatti a questa cosa, come a qualsiasi altra[3].

Più bravi a ricordare dove cercare

La buona notizia, secondo Maria Wimber dell’University of Birmingham, è che Internet ha semplicemente cambiato il modo di gestire e conservare le informazioni. Insomma, l’effetto Google non ci rende più stupidi, ma “più bravi a ricordare dove cercare alcune informazioni“. E “non memorizziamo più i dati come facevamo un tempo, perché sappiamo che Internet sa tutto[4].

Conclusione simile a quella di Betsy Sparrow della Columbia University: “La nostra mente ricorre a Internet in modo molto simile a quello con cui ricorriamo alla memoria di un amico, di un familiare o di un collega[5].

Memorizziamo molto meno di un tempo, “ma ricordiamo bene dove l’informazione può essere trovata“.

Un effetto che sembra estendersi anche alle immagini. Uno studio della Fairfield University mostra che fare fotografie riduce i ricordi delle immagini viste. Un elemento interessante, nell’epoca dei selfie. I ricercatori hanno notato che, dopo una visita al museo, chi aveva scattato foto ricordava meno oggetti e meno dettagli di chi si era limitato a osservare.

Stupidità vs. distrazione

Per tirare le fila, il web e le tecnologie digitali ci rendono più stupidi o solo più distratti?

Secondo l’antropologa Genevieve Bell, vice presidente di Intel, la riposta è no. La tecnologia ci “aiuta a vivere in modo più smart. Essere in grado di creare una domanda ben posta è un atto di intelligenza, come la velocità nell’estrarre l’informazione e nell’identificare l’app che ci aiuta a ottenerla[6].

Di parere opposto Andrew Keen secondo cui si è perso allenamento e rigore mentale. “Le menti sono in qualche modo più flaccide“, un po’ come un muscolo non allenato[7]. E tutto questo per colpa della vita sui social.

Insomma, il dibattito resta aperto. Anche sul web.

Laura Mondino


[1] Kaspersky Lab. (2016) Digital Amnesia at work, the risks and rewards of forgetting in business

[2] Lodha, P. (2019). Digital Amnesia: are we headed towards another amnesia. Indian Journal of Mental Health;6(1)

[3] Wu T., The attention Merchants, Alfred A. Knopf, 2016

[4] https://www.globalist.it/science/2016/05/08/come-funziona-la-memoria-72713.html

[5] Sparrow, B., Liu, J., Wegner, D.M. (2011). Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips. Science 05 Aug 2011: Vol. 333, Issue 6043, pp. 776-778

[6] Divining the Digital Future: Mess and Mythology in Ubiquitous Computing (MIT Press, 2011)

[7] Keen A., The internet is not the answer, Atlantic Books; Main, 2015